
di Eric Moscufo
“Cuott”, “acciacc e svin”,
“fermentat”, espressioni dialettali caratteristiche associate ad uno dei più
antichi e nobili mestieri artigianali: l’arte di fare il vino. Tali termini
risuoneranno di qui a poco nelle parole di gran parte della popolazione del
nostro paese, anch’essa coinvolta in pieno dalla raccolta delle uve e la
successiva pigiatura che in questo periodo dell’anno giunge al culmine. Quella
di fare il vino è una tradizione che, oltre ad indubbi vantaggi, racchiude in sé
momenti di vita paesana divenuti ormai piacevolmente irrinunciabili, e spaziano
dai frenetici preparativi all’assaggio del primo bicchiere di mosto. Lucidare
botti, torchi e damigiane, verificare la funzionalità della trinciauva,
ricacciare dalla dispensa i “termometri” per il controllo del grado zuccherino
del mosto, andare a raccogliere piante di asparagi da collocare sul fondo delle
botti di legno come inimitabile e naturalissimo filtro: tante attività che
stimolano, uniscono e, perché no, stancano grandi e piccini, ma si tratta di
stanchezza sopportabilissima perché figlia di un lavoro rallegrante. E alla
fine, come giusto premio, arriveranno le prime stille del nuovo mosto che
zampillerà allegramente tutto intorno al torchio anche prima che l’uva venga
pressata. Scene che ognuno di noi ha vissuto fin da bambino e che accompagnano
l’autunno di praticamente tutta Palata, così come partner caratteristico del
periodo è l’inebriante profumo che pervade “le vie del borgo”: del resto, “dal
ribollir de’ tini va l’aspro odor de i vini l’anime a rallegrar” lo aveva detto
anche Giosuè Carducci qualche anno addietro… E allora, in attesa dell’assaggio
ufficiale previsto per il “San Martino” (l’11 novembre), giorno in cui “ogne
musht z’è fatt vin”, non resta che augurare Buon Vino a
tutti!